BDO, tra le principali organizzazioni internazionali di servizi professionali alle imprese, ha pubblicato i dati relativi all’indagine Global Risk Landscape 2026, svolta su un campione di 500 C-level in tutto il mondo per indagare lo sviluppo della percezione dei fattori di rischio per le aziende a livello globale.
Secondo la ricerca, 8 intervistati su 10 ritengono che l’attuale scenario globale, caratterizzato da un’incertezza ormai diventata un fattore strutturale, venga definito dai fattori di crisi come mai prima d’ora. Tuttavia, ben il 52% dei business leader fatica a identificare i segnali di rischio più significativi rispetto al “rumore di fondo”, mentre il 55% afferma che le pressioni operative a breve termine risultano più importanti rispetto alla gestione dei rischi nel lungo periodo.
In questo contesto, il 68% del campione afferma che la velocità con cui le crisi stanno impattando le aziende sta accelerando (era il 54% nel 2025), quindi il costo di mantenere un approccio eccessivamente prudente nella gestione dei rischi non riguarda più solo il timore di perdere occasioni di business, ma diventa una questione di sopravvivenza nel mercato. Nonostante questo, solo il 9% dei rispondenti dichiara di avere un approccio “molto proattivo” al risk management, ma, al contempo, risultano in aumento le aziende che si dicono disposte a gestire attivamente le fonti di rischio quando necessario (sono il 36% nel 2026 rispetto al 26% dello scorso anno).
“Nell’attuale situazione globale, le aziende non possono più limitarsi a rimanere in disparte e aspettare che le condizioni migliorino: devono essere pronte ad agire con decisione e ad assumersi rischi calcolati, anche quando il percorso da seguire non è chiaro,” commenta Stefano Minini, Partner Risk & Advisory Services di BDO. “Il report ha evidenziato che l’83% dei manager riconosce che le fonti di rischio stanno diventando sempre più interconnesse e complesse: diventa quindi fondamentale per le organizzazioni superare l’impostazione a “silos aziendali” e adottare una responsabilità del rischio condivisa e trasversale, che permetta di prendere decisioni più agili e consapevoli.”
Andando ad analizzare le diverse fonti di incertezza per le imprese, al primo posto si trovano i rischi legati alla cybersecurity, citati dal 40% del campione, in netto aumento rispetto al 23% del 2025. Nonostante le organizzazioni stiano aumentando i loro investimenti nella sicurezza informatica, il numero di attacchi settimanali sta progressivamente crescendo, tanto che il 23% dei manager afferma che la propria azienda non sta ancora investendo una cifra sufficientemente adeguata alla protezione delle infrastrutture informatiche. Tra le misure di contrasto maggiormente prese in ambito cybersecurity figurano un miglioramento dei piani di risposta agli attacchi (indicato dal 60% dei C-level), investimenti in formazione (52%) e l’adozione dell’Intelligenza Artificiale per una gestione proattiva del rischio informatico (50%).
“I dati del Global Risk Landscape 2026 confermano una tendenza che osserviamo direttamente con i nostri clienti: la cybersecurity viene ancora troppo spesso trattata come una funzione di controllo anziché come abilitatore strategico. Solo il 10% delle organizzazioni coinvolge i team cyber già nella fase di ideazione delle trasformazioni aziendali, un dato che spiega, almeno in parte, perché i cyber attacchi siano tornati al primo posto tra i rischi per cui le imprese si sentono meno preparate, nonostante gli investimenti crescenti. La vera sfida, anche in Italia, in un contesto in cui gli attacchi globali sono cresciuti del 58% tra il 2023 e il 2025, è culturale e organizzativa. Le aziende che integrano la prospettiva cyber fin dal momento in cui si definisce la strategia, ad esempio su progetti di revisione correlati a compliance NIS2 o trasformazioni legate all'adozione dell'AI, riducono l'esposizione al rischio e costruiscono una resilienza che diventa vantaggio competitivo,” dichiara Michele Cogo, Director Cybersecurity & Digital Forensics di BDO.
Al secondo posto si posizionano i rischi legati all’IA, indicati dal 27% degli intervistati: le criticità non derivano tanto dalla tecnologia stessa, ma dagli impatti operativi che potrebbero evidenziare alcune debolezze già presenti, mentre la corsa all'integrazione dell'IA rischia di nascondere crescenti lacune nella governance. Secondo il report, le maggiori criticità legate all’Intelligenza Artificiale ed evidenziate dal campione comprendono la data privacy (indicata dal 61% degli intervistati), le sfide poste dalla compliance regolativa (dal 51%) e la sicurezza delle reti informatiche (dal 50%).
Scendendo in terza posizione troviamo l’attuale incertezza geopolitica, citata da un manager su quattro. Questa tipologia di rischi sta diventando sempre più imprevedibile e volatile e risultano trasversali alle altre tipi di criticità, amplificando le vulnerabilità legate alla supply chain, agli aspetti regolatori e alla difesa dagli attacchi informatici.
In quarta e quinta posizione si collocano le problematiche connesse alla catena di approvvigionamento e al rispetto delle richieste normative: entrambe sono al 24%, in discesa rispetto allo scorso anno. Seguono infine i timori di una recessione economica, indicata dal 22% del campione, in netta crescita rispetto al 10% del 2025.
Infine, il focus sui manager di aziende europee presenti nel campione del Global Risk Landscape di BDO fa emergere che, nei prossimi 18 mesi, i maggiori rischi vengono visti provenire dalla frammentazione delle catene di approvvigionamento, dalle divergenze fra le regolamentazioni e dalle minacce geopolitiche informatiche.