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COVID-19 :

L’impatto del Covid-19 sulla global mobility dei lavoratori expatriates

03 09 2020

 

Siamo entrati nella fase II della gestione della crisi epidemiologica recata da Covd-19, ed appare già chiaro che la ripresa sarà lenta e graduale.

Recenti studi internazionali evidenziano come uno dei settori più colpiti dalla crisi saranno i cd. “business trip” e la gestione della global mobility dei lavoraratori.

Due articoli del recente DPCM 26 aprile 2020 (artt. 4 ed il 5) regolano in maniera doviziosa e puntuale le regole di ingresso in Italia, i transiti ed i soggiorni di breve durata. È vero che tali disposizioni si applicheranno fino al 18 maggio, ma appare ragionevole ritenere che le disposizioni restrittive saranno ben poco allentante durante dal c.d. fase II post 18 maggio.

La disponibilità di strumenti telematici a distanza (Zoom, Teams, Skype, etc.) che abbiamo sperimentato in questi giorni di lock-down ci dimostra che molte delle riunioni fisiche che prima del Covid-19 necessitavano di spostamenti con aerei o treni possono essere efficacemente rimpiazzate da video-call più brevi ed efficienti.

Bill Gates ha affermato che: “travel for work will never be the same after the coronavirus.' There are a few things, like business trips, that I doubt will ever go back”.

Non vi è dubbio che il settore della global mobility sarà quindi fortemente condizionato nel futuro: la presunta de-globalizzazione di cui si parla in questi giorni, il ritorno alle frontiere fisiche giustificate da esigenze sanitarie possono impattare fortemente sulla dimensione globale del lavoro e degli executives.

 

Implicazioni fiscali – La residenza

Dal punto di vista fiscale, la limitazione agli spostamenti degli executives, dei CEO, dei CFO e dei sales managers, ecc. avrà un impatto non da poco sulle regole di tassazione e di localizzazione del loro reddito.

Ed infatti a causa dell’emergenza COVID 19 il lavoratore potrebbe trovarsi in uno scenario in cui la sua permanenza presso il Paese estero si prolunghi più del previsto ovvero si sia dovuta interrompere per fare rientro in Italia.

In entrambi gli scenari le implicazioni in tema di residenza fiscale andranno attentamente valutate sia alla luce della normativa interna che della (sovraordinata) normativa convenzionale. La qualificazione di soggetto residente o non residente ha infatti dei notevoli impatti dal punto di vista dell’imposizione fiscale. Assume quindi una valenza primaria il lasso temporale dei 183 giorni nel periodo d’imposta, (184 nel caso di annualità bisestili) ai fini dell’inquadramento del lavoratore come fiscalmente residente in Italia unitamente agli ulteriori criteri (iscrizione nella lista della popolazione residente, domicilio e residenza ai sensi del codice civile)

Ed infatti l’art. 2 (2) TUIR qualifica come fiscalmente residenti in Italia i soggetti che permangono nel territorio dello Stato per più di 184 in un periodo d’imposta al ricorrere di una serie di criteri di collegamento (residenza anagrafica, domicilio e residenza ai sensi del codice civile), agganciando tale qualificazione al principio di tassazione mondiale dei redditi ovunque prodotti.

D’altro canto, la qualifica di soggetto fiscalmente non residente implica da un punto di vista della normativa domestica, la tassazione dei soli redditi di fonte italiana indicati nell’art. 23 TUIR.

Tuttavia, il lasso temporale trascorso in Italia o all’estero non rappresenta l’unico indice rivelatore della residenza fiscale in Italia. Un lavoratore potrebbe trovarsi infatti nell’evenienza in cui a causa dell’emergenza sanitaria abbia fatto rientrare la propria famiglia in Italia, permanendo invece egli stesso all’estero.

Data la rilevanza che da un punto di vista fiscale assume il centro degli interessi morali e vitali (i.e. propria moglie/marito e/o figli minori non economicamente indipendenti) il lavoratore potrebbe qualificarsi fiscalmente residente in Italia sulla base della normativa interna e/o convenzionale con conseguenti rilevanti ricadute da un punto di vista di soggettività passiva all’imposta.

Una corretta analisi degli eventi intercorsi in questo periodo d’emergenza rappresenta quindi il primo step per una corretta gestione della propria posizione fiscale.

Di converso, un lavoratore assegnato in Italia potrebbe trovarsi nella posizione di dover permanere più di 184 giorni nel territorio dello Stato a causa dell’emergenza sanitaria, ma potrebbe anche essere impossibilitato a rientrare in Italia.

Questa evenienza, se da un punto vista della residenza fiscale potrebbe far sì che il lavoratore non si qualifichi come fiscalmente residente in Italia per il periodo d’imposta 2020, per quanto riguarda invece l’applicabilità di alcuni regimi di favore, quale il regime degli impatriati previsto dall’art. 16 D.lgs. n. 147/2015 che basano la propria forza attrattiva proprio nei confronti di quei lavoratori che trasferiscono la propria residenza fiscale in Italia, un cambiamento di tale ultima qualificazione potrebbe condurre alla perdita dei benefici fruiti, con il recupero degli eventuali benefici nel mentre fruiti.

 

Indicazioni OCSE

Lo scorso 3 aprile l’OCSE con il documento “Secretariat Analysis of Tax Treaties and the Impact of the COVID-19 Crisis” ha enucleato alcune considerazioni, tra l’altro, sulle tematiche relative alla residenza fiscale delle persone fisiche. Venivamo nello specifico richiamati due scenari in cui un soggetto poteva incorrere a causa dell’emergenza sanitaria.

  1. Il lavoratore si trova in un paese terzo rispetto a quello in cui è fiscalmente residente in Italia e a causa dell’emergenza COVID-19 rimane bloccato in detto Stato acquisendo la residenza fiscale.
  2. Il lavoratore è fiscalmente residente nel Paese in cui presta la propria prestazione lavorativa, ma decide di rientrare nel proprio paese d’origine a causa dell’emergenza sanitaria. In tal caso il lavoratore potrebbe mantenere lo status di residente nel Paese in cui lavorava oppure potrebbe riacquistare tale status a fronte del rientro.

Secondo l’OCSE nel primo scenario risulterebbe remota l’evenienza che la persona acquisisca lo status di residente fiscale nel Paese in cui si trova temporaneamente a causa dell’evento straordinario ed emergenziale. Questo anche nel caso in cui la legislazione domestica agganci la residenza fiscale alla presenza fisica del soggetto, in quanto la Convenzione internazionale in essere, essendo sovraordinata rispetto alla normativa interna, non dovrebbe comportare impatti da un punto di vista della residenza data la straordinarietà della situazione.

Alle medesime condizioni si perverrebbe anche con riferimento al secondo scenario.

 

Retribuzioni convenzionali

L’art. 51 comma 8 bis TUIR prevede uno specifico regime fiscale per lavoratori che operano all’estero in base al quale “in deroga alle disposizioni dei commi da 1 a 8, il reddito di lavoro dipendente, prestato all’estero in via continuativa e come oggetto esclusivo del rapporto da dipendenti che nell’arco di dodici mesi soggiornano nello Stato estero per un periodo superiore a 183 giorni, è determinato sulla base delle retribuzioni convenzionali definite annualmente con il decreto del Ministro del lavoro e della previdenza sociale di cui all’art. 4, comma 1, del Decreto-Legge 31 luglio 1987, n. 317, convertito, con modificazioni, dalla Legge 3 ottobre 1987, n. 398”. Tuttavia, al fine di poter applicare la normativa sopra richiamata, il lavoratore deve considerarsi fiscalmente residente in Italia e deve soggiornare all’estero per almeno 183 giorni nell’arco di 12 mesi. Qualora a causa dell’emergenza Coronavirus il lavoratore sia dovuto rientrare in Italia senza integrare il limite temporale richiesto, il comma 8 bis non potrebbe validamente applicarsi. Questo in quanto l’eventuale svolgimento della prestazione lavorativa in Italia anziché all’estero, potrebbe far venire meno il requisito dell’esclusività della prestazione estera.

 

Aspetti contributivo - formulari di copertura previdenziale A1 – Istruzioni dell’INPS

Nel messaggio n.1633 del 2020, l’INPS ha richiamato le istruzioni emanate dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali in merito alla validità dei formulari A1, rilasciati dagli istituti previdenziali appartenenti allo Spazio economico europeo, per i lavoratori che svolgono attività lavorativa in due o più Stati, che deve ritenersi estesa fino al 31 luglio 2020.Questo importante chiarimento ha condotto a ritenere i formulari validi prescindendo dalla percentuale di “attività prevalente” complessivamente svolta ed all’eventuale modifica di tale ultimo dato dovuta all’emergenza sanitaria.



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